Paolo Soro

Gli inganni del Legislatore

La giungla legislativa fiscale va avanti a forza di norme su norme che si pestano i “piedi” reciprocamente. La domanda che pare naturale porsi è: quanti di questi errori sono involontari e quanti, invece, meri inganni creati ad arte?

Sono anni che si sente parlare di un non meglio identificato Testo Unico delle Leggi in campo fiscale, ma ancora nessun Parlamento è stato in grado di vararlo, né alcun Governo ha mai davvero proposto tale vera unica semplificazione. Anzi, in verità, più si va avanti e più le disposizioni si ingarbugliano, diventando di pressoché impossibile attuazione.

Nell’applicare le leggi (specie quelle tributarie), in effetti, gli addetti ai lavori si trovano spesso ad avere a che fare con norme tecnicamente errate. Gli sbagli, più o meno evidenti, sono di vario tipo: si va da disposizioni il cui tenore letterale presenta una grammatica improponibile, a provvedimenti di difficile interpretazione, a previsioni che abrogano espressamente certi articoli ma si “dimenticano” di altri comunque connessi, fino a veri e propri trucchi escogitati esclusivamente per ingannare i cittadini, onde conservare (e, magari, accrescere) il proprio elettorato.

Forniamone alcuni esempi recenti.

  1. Appartiene alla prima categoria, l’ultima normativa concernente la presunzione di non estinzione per un quinquennio nei confronti dell’Erario, delle società cancellate; il Legislatore non ha ottemperato a quegli indispensabili criteri sintattico-grammaticali che la lingua italiana presupporrebbe; tant’è vero che (non noi, ma) la Cassazione ha prontamente provveduto a bacchettare il malcapitato Governo, precisando, in sede di motivazioni della sentenza favorevole al contribuente, che: “Nello scrivere le norme, bisognerebbe almeno rispettare le regole della grammatica”.
  2. Tra i provvedimenti di difficile interpretazione (per usare un eufemismo), rientrano a pieno titolo, di certo, reverse charge allargato e split payment, per i quali, a distanza di quattro mesi dalla loro ufficiale entrata in vigore, e nonostante le diverse (non a caso, contraddittorie) circolari intervenute, gli operatori faticano ancora a fornire pronte e sicure risposte ai propri clienti, siano essi pubblici o privati.
  3. Quale esempio tipico, invece, della terza categoria, ci sovviene la contestatissima disposizione che ha annullato l’obbligo del collegio sindacale nelle SRL: senza voler citare il grossolano errore commesso, talché, SPA con capitale sociale di gran lunga inferiore permangono soggette all’obbligo, mentre ciò non accade nelle aziende assai più grandi, per il solo fatto di essere SRL (o di essersi prontamente trasformate in SRL, pur di evitare detto necessario controllo esterno, indispensabile forma di garanzia per i terzi), preme rammentare che il decreto in questione interveniva su uno specifico articolo del Codice Civile, dimenticandosi completamente delle connessioni esistenti con gli altri.
  4. Abbiamo, infine, la quarta categoria, quella più ipocrita e ambigua, dove il confine tra involontarietà e inganno scientemente preordinato, è davvero sottile e impossibile da dimostrare, ma le conseguenze, ahinoi, restano identiche: l’ultimo eclatante esempio ha costretto il Ministro del lavoro Poletti a un pubblico mea culpa; parliamo del codicillo inserito di soppiatto per garantire la copertura finanziaria (richiesta dalla Ragioneria Generale dello Stato), all’esonero contributivo triennale; in base a questa iniqua e irragionevole previsione, da un lato, il Governo concede un esonero a taluni contribuenti, dall’altro, aumenta i contributi degli altri onde poter garantire l’esborso che lo Stato dovrà sopportare col primo provvedimento.

Gli esempi sarebbero ancora tanti e numerosi: come non ricordare la mastodontica ingiustizia perpetrata con la mancata deduzione dell’IRAP a carico dei datori di lavoro che hanno in forza dipendenti a tempo determinato? Ma siccome non vogliamo far “torto” ad alcuna classe di contribuenti, abbiamo preferito limitarci a citarne uno per tipo. Così, non rischiamo di dimenticarne qualcuno.

Verrebbe, a questo punto, immediato pensare di cavarsela col solito commento secondo cui, pur non giustificandoli, si comprendono gli sbagli del Legislatore, in quanto, per sua natura, ignorante. Seppure, non analogamente, la stessa scusante non possa – giustamente – essere addotta a propria discolpa dal cittadino, per il quale vale l’antico broccardo: ignorantia legis non excusat! Sarebbe troppo comodo.

Giusto! Ma, a noi, francamente, sembra altrettanto comodo scusare il Legislatore sulla base della sua connaturata ignoranza. I motivi sono principalmente due:

I)                    Atteso che, a nessuno (come suol dirsi), lo ha “prescritto il medico”, se si è troppo ignoranti per legiferare, si lascia fare a chi sa fare;

II)                  Siamo davvero certi che alcune di queste disposizioni siano tali in quanto dovute a mera ignoranza e non piuttosto a subdola furbizia?

Resta il fatto che paga sempre Pantalone; e Dike, la vergine giustizia nata da Zeus, gloriosa e veneranda tra gli dei che abitano l'Olimpo, vede la propria bilancia sempre più inclinata dalla stessa parte, senza che tale tendenza nemmeno accenni ad attenuarsi.

È indubbio come siano molteplici i fattori che contribuiscono al compimento dell’errore: tra essi, l’ignoranza rimane, a pieno titolo, quello principale. D’altronde, l’ignoranza è figlia di un sistema scolastico sistematicamente bistrattato dalle politiche dei vari governi che si sono succeduti e che hanno pensato “bene” di marchiarla indelebilmente con provvedimenti astrusi, privi di logica, al solo fine di tagliare le spese a quelli che “non contano” (pur di mantenere inalterati i privilegi personali di quelli che “contano”), e di rovinare l’antica tradizione culturale classica che aveva sempre visto primeggiare l’Italia rispetto alle altre nazioni.

Ma, nel Belpaese, ora, anche il Governo è social e va avanti a furia di slogan e hashtag (non ineccepibili dal punto di vista grammaticale, ma di grande appeal per il nuovo pubblico di elettori):

#lavoltabuona; #labuonascuola; a quando #ilbuonpremier?

Con intere generazioni forgiate su tale vilipendiato sistema pedagogico-formativo, la lingua italiana ne subisce inevitabili disastrose conseguenze. Laddove, poi (cosa per nulla infrequente), qualcheduno di questi “letterati” vada a occupare lo scranno legislativo, la pateracchia che viene copiosamente prodotta può, al più, essere meritevole di alloggiare nelle classiche braghe condominiali.

Senonché, tra tanti “geni”, stranamente, qualcuno “normale” che si opponga all’eiaculazione precoce di decreti, o perlomeno, ne denunci prontamente le mancanze, non si trova manco a cercarlo col lumicino. Ergo, dobbiamo inevitabilmente essere portati a desumere (2 + 2, ci hanno insegnato, fa 4), che non sempre trattasi di pura ignoranza; spesso, è piuttosto inganno ottimamente architettato, come bene costruite sono le false battaglie tra le opposte fazioni politiche, che, però (stringete le file compatti!), mai tanto unite si ritrovano nel mangiare e bere assieme, nonché nel gabellare il cittadino con leggi-farsa a proprio esclusivo vantaggio.

E quando il vaso, di tanto in tanto, inavvertitamente si scoperchia, scatta lo sport nazionale che costringe la giuria del Guinness dei primati ad aggiornare, con inaudita frequenza, i precedenti record realizzati e, del pari, registrati: no, non si tratta del calcio, ma dello scaricabarile. In questo sì, i politici italiani son davvero imbattibili.

La colpa è sempre di quell’altro; il quale altro, attenzione, non è Tizio, né Caio: troppo pericoloso far nomi, sapendo di aver ciascuno il proprio sconcertante “scheletro” dentro l’armadio. Molto più tranquillo accusare intere categorie; ovviamente, quelle che, in un dato preciso momento storico, paiono invise alla moltitudine, per svariate altre, disparate, ragioni. Chi se ne frega! Qua non si tratta di dare a Cesare quel che è di Cesare, ma di salvare il vitalizio personale.

Così, durante la Prima Repubblica, la politica era santa, e colpevole di tutto era la burocrazia; in questa assai più degradata Seconda Repubblica, vengono a turno demonizzati i magistrati, i commercialisti, etc.; mentre il Governo è passato, da santo subito, a martire per sempre.

E il profanum vulgus, furioso per il continuo peggiorare del suo status, viene soddisfatto e placato, ricevendo la “testa” di qualcuno; chiunque, purché sia di sfogo.

È incredibile, grottesco! Più si urla una balla, più viene reputata sacrosanta verità!

Alla fin fine, la dequalificazione normativa non interessa a nessuno; solo a noi, poveri fessi di professionisti della materia, che dobbiamo conviverci quotidianamente, cercando inutilmente di farne comprendere l’importanza ai contribuenti, tutti felici per un Governo che prepara loro persino la dichiarazione dei redditi, sbagliata sì, ma virtuale; quindi, neppure utilizzabile in caso di improvvisa penuria di carta igienica.

Insomma, a ciascun componente del popolo sovrano, finché qualcuno o qualcosa non tocchi il suo “orticello” privato, sta bene così. Salvo, in futuro, protestare invano per le ingiustizie subite, cercando di chiudere la porta della stalla parlamentare, dopo che gli onorevoli buoi se la sono data a zampe levate, lasciando un’eredità di norme rovina-cittadini.

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