Paolo Soro

Obama e la sua ridicola crociata fiscale

L’Amministrazione USA ha appena annunciato una nuova riforma fiscale tesa a evitare gli intenti elusivi creati dallo spostamento degli utili societari all’estero. Ma cosa avviene negli Stati a stelle e strisce?

Diamo a Cesare quel che è di Cesare: se ancora qualche Governo esotico pensava di fungere da paradiso fiscale, l’Amministrazione Obama, col famoso FATCA, gli ha sferrato una spallata decisiva, tanto che, oggigiorno, la stessa locuzione “paradiso fiscale” sta via via scomparendo persino dai dizionari di tutto il mondo.

Ma facciamo un passo indietro e partiamo da una doverosa premessa, fondamentale per comprendere la reale valenza e utilità di talune scelte politiche: gli Stati Uniti applicano il Worldwide Taxation Principle (Principio della Tassazione Mondiale); vale a dire che i cittadini americani, dovunque siano fiscalmente residenti, devono dichiarare tutti i redditi anche nella loro patria d’origine e, a seconda di quanto disciplinato nel singolo Trattato Bilaterale di rispettivo riferimento, contestualmente provvedere al versamento delle eventuali ulteriori imposte dovute.

I risultati complessivamente ottenuti col FATCA, a quanto pare, non hanno soddisfatto il presidente Obama, il quale ha annunciato un altro piano per combattere l’evasione fiscale Oltreoceano e gli ancora residui paradisi fiscali (ormai, giusto qualche atollo del Pacifico, tenuto conto del fatto che pure Panama sembrerebbe davvero prossima alla – almeno parziale – capitolazione).

Bersaglio della nuova crociata fiscale sarebbero quelle società americane che ancora riescono a evadere le imposte, trasferendo le proprie operazioni o i loro conti bancari al di fuori degli Stati Uniti. D’altronde, questo è un inevitabile effetto diretto della politica americana dal dopoguerra a oggi (Obama incluso). In sostanza, la riforma appena annunciata si propone di impedire che le aziende USA riescano a eludere il pagamento dei loro oneri fiscali, come hanno fatto finora, ricorrendo all’imputazione degli utili nei bilanci di società estere, invece di registrare i profitti nella loro nazione di origine. L’intenzione dell’Amministrazione Obama è quella di continuare la battaglia intrapresa con il FATCA, perseguendo l’obiettivo di mantenere traccia di tutti gli asset statunitensi all’estero.

Un proposito, dal loro punto di vista, senza dubbio commendevole; ma che succede, nel frattempo, ai capitali esteri esistenti negli USA e ai grossi contribuenti stranieri che vogliono spostare i loro asset nell’ex “Nuovo Mondo”?

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Ragionando su base strettamente economica, giova tenere presente che la tassazione secondo il principio della fonte di conseguimento (tassazione dei redditi dove sono prodotti), di regola è attuata dai Paesi importatori di capitali, al fine di incentivare l'ingresso di investitori stranieri. Viceversa, motivi opposti inducono i Paesi esportatori di capitali a privilegiare il principio della tassazione mondiale, valorizzando forme di imposizione a carattere personale, tendenti a colpire la capacità globale dell'individuo ovunque essa si manifesti.

Va da sé che laddove un tale principio finisca per favorire troppo le esportazioni, sbilanciando l’economia globale interna, occorrerà attivare altri correttivi – in genere, seppure non esclusivamente, di natura fiscale – al fine di ottimizzare le complessive entrate del Governo interessato.

La Costituzione federale degli Stati Uniti d'America è sovraordinata rispetto alle leggi locali e, relativamente alla materia tributaria, vieta l'introduzione, da parte di ogni singolo Stato, di imposte che vadano contro i principi generali della tassazione sull'import-export, come pure di disposizioni normative che introducano delle discriminazioni nel commercio fra i differenti Stati Federali, nonché tra questi e i Paesi esteri. Il regime fiscale degli Stati Uniti è imperniato su un sistema che prevede tre livelli di imposizione: federale, statale e locale. Tenuto conto dei suddetti limiti (i quali, peraltro, sembrano spesso difficili da individuare con esattezza e precisione), le varie Amministrazioni Fiscali gestiscono le imposte locali e quelle sul consumo.

A livello internazionale, occorre altresì rappresentare come il sistema di tassazione su base mondiale sia stato sempre osteggiato dai Paesi in via di sviluppo, i quali, applicando per lo più il principio della fonte, lamentano, a buon diritto, come la concessione al non residente di agevolazioni tributarie si risolva normalmente in un beneficio per il corrispettivo Stato di residenza.

Sotto altro profilo, si è osservato che a differenza dei cittadini, naturali destinatari dei principi tributari in virtù dei vincoli economici e politici che li legano allo Stato di origine, gli stranieri potrebbero essere destinatari di un precetto fiscale soltanto se esistesse una forma di collegamento di ordine sociale (esempio, la residenza), o di ordine economico (esempio: l’esercizio di attività o il possesso di beni patrimoniali).

Orbene, in base alla disciplina federale, ai fini delle imposte sul reddito, una persona fisica si considera fiscalmente residente negli Stati Uniti se soddisfa una delle seguenti condizioni:

-          ha la cittadinanza americana;

-          ha ottenuto la residenza negli Stati Uniti (green card);

-          permane sul territorio nazionale per almeno 183 giorni nel corso di un anno solare (184, se bisestile);

-          supera il c. d. "substantial presence test" o "cumulative presence test", che consiste nella somma del totale dei giorni che la persona è presente negli Stati Uniti nell'anno di riferimento, più un terzo dei giorni in cui è stato presente nell'anno precedente e un sesto dei giorni dell'anno ancora precedente; laddove la somma ottenuta è uguale o superiore a 183 giorni, il soggetto viene considerato fiscalmente residente. L'unica eccezione al "cumulative presence test" è la possibilità di riuscire a dimostrare che il soggetto economico ha il suo principale centro di attività-affari fuori dagli Stati Uniti (prova, agli effetti pratici, tutt’altro che semplice), e che i propri legami familiari e sociali sono rilevanti in un Paese estero. Al verificarsi di tale duplice condizione, non si ritiene più obbligatorio dimostrare che la persona abbia anche la residenza fiscale in un altro Paese.

Delineato tale scenario, andiamo a leggere le indagini annuali pubblicate dal Tax Justice Network e scopriamo l’incredibile escalation a livello mondiale degli Stati Uniti, i quali, l’anno scorso, sono arrivati a occupare la piazza d’onore dietro la Svizzera, per quanto concerne l’anonimato e il livello di segretezza. Non è difficile prevedere, fin d’ora, che, nel 2016, grazie anche alle maniere forti usate dagli USA proprio contro la Svizzera, vi sarà un avvicendamento nelle posizioni al vertice di tale speciale classifica.

Del resto, non è certo un caso se consulenti di tutto il mondo stanno approfittando della resistenza degli Stati Uniti a tutti gli standard dell’Ocse, quale arma di marketing per spostare denaro dall’estero verso stati USA, vantaggiosi sia per il livello delle tasse che per il rispetto della riservatezza.

Ricordiamo che l’Amministrazione USA ha ribadito anche recentemente che in America si utilizzano già degli standard ben superiori rispetto a quanto disciplinato in sede di G20, e dunque non v’è ragione alcuna di uniformarsi alle raccomandazioni dettate dall’OCSE. Ebbene, a quanto pare, le vere ragioni di questo mancato recepimento sono da ricercarsi altrove.

Andando in profondità, si scopre che, oltre a un’imposizione privilegiata, vige un livello di riservatezza praticamente assoluto – a esempio – in alcuni Stati come il Delaware, il Nevada e il Wyoming. Mentre il South Dakota conosce da qualche anno una crescita inusitata dei trust opachi (ai quali è garantito un anonimato assoluto, oltre a notevolissima libertà nella redazione delle clausole istitutive), costituiti per accogliere i capitali degli straricchi di tutto il mondo, messi in fuga dai paradisi fiscali in fase di smantellamento, proprio e paradossalmente (solo una coincidenza?), a seguito della dura battaglia condotta dal presidente Obama, fin dal 2009, il quale in modo determinato sta abbattendo i muri di opacità che resistevano da secoli.

Tralasciando qualunque considerazione di carattere personale, sta di fatto che, in particolare, con riferimento alle entità economiche residenti nominalmente (si badi bene, si parla solo di sede legale, non di residenza effettiva) negli Stati appena sopra menzionati, le relative giurisdizioni non partecipano allo scambio automatico di informazioni con gli altri Paesi, specie in presenza di trust o società. Oltre a ciò, in generale, nella maggior parte degli Stati americani, continua a esistere almeno in parte il segreto bancario: tutti i dati di trust e fondazioni sono riservati, idem per quanto concerne la proprietà e i bilanci delle società.

Una trasparenza quella made in Obama, dunque, talmente spudoratamente a senso unico, che risulta impossibile anche solo ipotizzare che i Governi del G20 non ne siano perfettamente edotti (e senza nemmeno il bisogno di leggere i periodici rapporti OCSE), e che finisce per trasformare molti Stati americani nel punto di arrivo di gran parte dei capitali in fuga dagli ex paradisi fiscali, oramai divenuti “fuori moda”.

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