Paolo Soro

Panama Papers, una brevissima riflessione

L’affair Mossack Fonseca fa tremare i potenti e mette Panama “all’indice”. Ma solo pochi mesi fa, l’Agenzia delle Entrata orgogliosamente propagandava la ratifica della Convenzione Bilaterale Italia / Panama, quale altro grande successo del Governo.

“Mossack Fonseca” è una law firm che da quarant’anni opera a Panama, proponendosi come sede legale per svariate entità economiche, il cui dominus è interessato a mantenere il segreto sulle sue proprietà e a godere di un regime fiscale privilegiato.

Per ammissione stessa dei titolari, lo studio panamense ha provveduto a costituire oltre 250.000 nuove società, senza contare le c. d. rilocalizzazioni (o ridomiciliazioni) di imprese già precedentemente in attività in altri Stati, il cui numero è presumibilmente ancora maggiore.

Uno degli aspetti più interessanti di tale fiorente commercio societario risiede nel fatto che i principali procacciatori di clientela sono sempre stati – non poteva che essere diversamente e, d’altronde non è certo un segreto – i consulenti e i fiduciari degli istituti bancari svizzeri.

Si dice che l’era dei “paradisi fiscali” è finita; ebbene, forse non è del tutto vero.

Se lo studio Mossack Fonseca può permettersi di agire in tale maniera, evidentemente ciò accade perché a Panama la cosa è assolutamente legale.

E come chiamare una nazione dove qualcuno può costituire una società in segreto e avere un carico tributario irrisorio, se non “paradiso fiscale”?

La Repubblica di Panama applica il principio di imposizione della fonte territoriale con carattere esclusivo nei confronti di residenti e non residenti; dunque, sia le persone fisiche che le società sono tassate a Panama per tutti i redditi ivi prodotti, indipendentemente da quale sia la loro nazionalità o la loro residenza.

Ciò, evidentemente, presta il fianco a notevoli rischi elusivi relativamente ai redditi attribuiti dalle “case madri” esterne, alle proprie controllate e/o stabili organizzazioni in loco.

Per evitare detti rischi, l’OCSE è intervenuto predisponendo – oltre al resto – un apposito Model Tax Convention che:

-          delimita in maniera assai dettagliata i parametri concernenti le stabili organizzazioni;

-          prevede un rigido scambio automatico di informazioni tra le Giurisdizioni interessate.

Orbene, Panama non ha mai sottoscritto tale tipologia di convenzione con alcun Paese, preferendo continuare a siglare trattati che ricalcano il Modello Convenzionale ONU, il quale, manco a dirlo, sarebbe abbastanza in linea con quello OCSE se non fosse principalmente per le seguenti due peculiarità:

I)                    la definizione di stabile organizzazione;

II)                  l’assenza di un obbligo relativo allo scambio di informazioni e il contenuto davvero irrisorio dei dati che, nella peggiore delle ipotesi, potrebbero – e non dovrebbero – essere scambiati (diciamo potrebbero e non dovrebbero, perché qualunque Amministrazione esterna, per avere tali notizie, dovrebbe attivare il lungo processo delle MAP – Mutual Agreement Procedures – senza avere assolutamente certezza della quantità e qualità di dati ottenibili).

Perché, allora, l’OCSE aveva provveduto a rimuovere Panama dalla lista “grigia”, lo scorso 6 luglio 2011?

Con una nota diramata il 4 aprile, il Segretario Generale, Angel Gurría, si è affrettato a precisare che:

Determinati provvedimenti erano stati doverosamente adottati in seguito all’impegno panamense di uniformarsi gradatamente agli standard internazionali; ma che, poi, a questo impegno, dovevano seguire gli atti normativi concreti che Panama non ha viceversa mai varato.

Attraverso il Global Forum sulla trasparenza e lo scambio di informazioni, l’OCSE ha dunque costantemente messo in guardia contro i rischi di Paesi come Panama che non rispettano gli standard di trasparenza fiscale internazionale.

Solo poche settimane fa, inoltre, l’OCSE ha detto in sede di G20 che Panama ha fatto “retromarcia” circa il suo impegno per lo scambio automatico di informazioni.

Le conseguenze del fallimento di Panama per soddisfare gli standard di trasparenza fiscale internazionale sono, dunque, ora di dominio pubblico. 

Lecito chiedersi, dunque: cosa stava ascoltando il Ministro delle Finanze italiano, presente a tutti questi incontri, quando il Segretario Generale dell’OCSE parlava in tali termini di Panama?

La risposta, temiamo, non la conosceremo mai.

Viceversa, è noto che, in questo panorama – a esser sinceri – assolutamente cristallino, l’Italia ha pensato bene di recitare un ruolo da protagonista (così, tanto per non lasciarsi sfuggire l’occasione di fare l’ennesima figuraccia internazionale), e ha, giusto qualche mese fa, provveduto alla ratifica della Convenzione Bilaterale con Panama.

Atto fortemente stigmatizzato da chi scrive, il quale in tempi assolutamente non sospetti (ossia, ben prima che scoppiasse il caso “Mossack Fonseca”), aveva criticato tale notizia – e con essa le tanto pompose quanto inappropriate sottolineature pubblicate dalla rivista telematica dell’Agenzia delle Entrate, “Fisco Oggi” – nel pezzo titolato:

Italia / Panama, convenzione sui generis.

Si veda al riguardo:

http://www.paolosoro.it/news/730/Italia-Panama-Convenzione-sui-generis.html

Questo fatto, beninteso, non è stato originato da particolari doti di chiaroveggenza, quanto piuttosto dalla consapevolezza, propria di qualunque onesto studioso della materia, che ritiene tali comportamenti davvero inspiegabili e ingiustificabili, fossero dovuti anche a soli fini propagandistici.

Invero, la recentissima ratifica della Convenzione in argomento appare inevitabilmente ricollegabile soltanto a scarsa conoscenza della materia e a imbarazzante stitichezza informativa; ossia, difetti inconcepibili in chi governa una nazione e nella sua allegra combriccola di pseudo-tecnici.

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