Paolo Soro

Commissione UE: Il rapporto sul tax-gap in materia di IVA

La pubblicazione passa in rassegna i diversi metodi utilizzati dagli Stati Ue e dalle principali organizzazioni internazionali, come Fondo Monetario e Ocse, per misurare il tax gap dell’imposta sul valore aggiunto.

 “The concept of tax gap” è il titolo del Rapporto presentato nei giorni scorsi dal gruppo di studio istituito presso la Direzione generale della fiscalità e dell’Unione doganale della Commissione europea nell’ambito del programma Fiscalis 2020.

Lo studio definisce il tax gap come la differenza tra il totale dell’imposta sul valore aggiunto teoricamente dovuto secondo le norme vigenti (incluso le esenzioni e le aliquote più basse) e l’ammontare di ciò che viene realmente riscosso dagli Stati in un dato periodo di riferimento. Nell’introduzione il report evidenzia come studiare il tax gap sull’Iva sia più facile rispetto a quello relativo alle imposte dirette. Ciò è dovuto, spiega il documento, al fatto che le norme fiscali sulle imposte dirette sono più complesse e prevedono numerose esenzioni, detrazioni, deduzioni, eccetera, che rendono più difficile l’elaborazione di un metodo di studio efficace.

In Europa il gettito proveniente dall’Iva costituisce una fetta cospicua del totale incassato dai ventotto Stati dell’Unione. Secondo i dati Eurostat più recenti, nel 2014 le tasse sulla produzione e l’import hanno rappresentato la quota più consistente delle entrate europee, pari al 13,6% del Pil di tutti i Paesi membri. Su queste, oltre il 50% derivano proprio dall’Iva.

Il progetto sull’Imposta sul valore aggiunto presentato in questi giorni dalla Commissione europea, inoltre, ha reso pubblico come gli Stati Ue, per colpa dell’evasione fiscale, perdano un gettito potenziale pari a 170 miliardi di Iva, un terzo dei quali a causa delle frodi transfrontaliere.

La differenza tra le imposte teoricamente dovute e quelle effettivamente pagate dai contribuenti rappresenta una perdita di gettito erariale che influenza negativamente la politica fiscale, la spesa pubblica e, in più in generale, l’intera economia di uno Stato. Studiare il tax gap, quindi, diventa di fondamentale importanza per prevenire e contrastare l’evasione. In particolare, gli studi sul mancato gettito possono essere utilizzati nella gestione dei rischi connessi all’evasione fiscale e alle frodi, per valutare e/o monitorare gli effetti potenziali che potrebbe avere alcune misure legislative o amministrative sul fisco e sulle politiche di bilancio, o semplicemente per capire le ragioni per cui i contribuenti non versano le imposte dovute. I motivi per cui non si pagano le tasse, infatti, possono essere diversi: si va da forme consapevoli e deliberate di frode e pianificazione fiscale aggressiva, a semplici omissioni, casi di insolvenza, bancarotta o errori nella compilazione della dichiarazione dei redditi.

Il report sottolinea, inoltre, come l’utilità degli studi sul tax gap dipenda dalla metodologa e dai dati impiegati. D’altra parte, la scelta sui metodi con cui portare avanti l’indagine è condizionata da una serie di fattori. Le Amministrazioni fiscali nazionali, in particolare, devono prendere in considerazione la struttura del sistema fiscale, le informazioni che hanno in proprio possesso, le risorse umane e finanziarie a disposizione e i rischi connessi all’area di compliance presa in esame.

Il documento contiene, infine, anche una panoramica delle metodologie utilizzate per calcolare il vat gap dai Paesi membri europei rappresentati all’interno del gruppo di studio (Belgio, Repubblica Ceca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia, Portogallo, Repubblica Slovacca, Slovenia, Spagna, Gran Bretagna).

Fonte: Fisco-Oggi

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