Paolo Soro

La beffa delle dimissioni online

Le dimissioni online, entrate in vigore il 12 marzo, vengono presentate dal governo come uno strumento efficace e moderno per sconfiggere la piaga delle dimissioni in bianco. Rischiano però di trasformarsi in un incubo per le imprese.

Secondo una indagine svolta all’interno della categoria dei consulenti del lavoro le dimissioni in bianco sono una pratica ormai quasi inesistente. Invece secondo il viceministro allo sviluppo economico Teresa Bellanova, il problema coinvolge 20 mila lavoratori, ma non si capisce come sia stata calcolata questa cifra. Resta il fatto che, se poteva avere un senso far firmare al lavoratore, al momento dell’assunzione, una lettera di dimissioni con la data in bianco quando l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori rendeva quasi impossibile l’eventuale licenziamento, con la cancellazione dell’obbligo di reintegro per le nuove assunzioni, questa pratica non ha più motivo di esistere.

In compenso le dimissioni online introducono una procedura complessa a carico del lavoratore e con numerosi lati oscuri che rischiano di prestarsi a facili strumentalizzazioni. Questi dovrebbe infatti registrarsi sul sito dell’Inps, richiedere una password che, in parte, sarà spedita a casa per posta, compilare un modulo, entrare nel sito cliclavoro e, dopo aver inserito una serie di altri dati, inviare le proprie dimissioni al proprio datore di lavoro. Quando si dice che la tecnologia semplifica la vita.

In alcuni casi invece, per esempio per le lavoratrici in gravidanza o per i genitori durante i primi tre anni di vita del bambino, le dimissioni devono essere convalidate dalla direzione territoriale del lavoro. In alternativa il lavoratore potrebbe avvalersi dell’assistenza del patronato o del sindacato, che però presumibilmente non sarà gratuita.

Fino a pochi giorni fa bastava presentarsi all’ufficio del personale e consegnare la lettera con le proprie dimissioni. Dopo qualche giorno l’azienda sottoponeva al lavoratore il documento di convalida da controfirmare. Fine.

Su un milione di lavoratori che l’anno scorso si sono dimessi volontariamente, circa 70 mila hanno dato le dimissioni senza rispettare le procedure, più semplici di quelle attuali. Facile prevedere che quest’anno saranno molti di più. Anche perché non rispettare la legge ha le sue convenienze. Facciamo un esempio concreto. Un muratore rumeno decide, per qualsiasi motivo, di abbandonare il lavoro. Gli conviene comunicare verbalmente le dimissioni e andarsene a casa. A questo punto infatti i problemi sono tutti dell’imprenditore che, secondo le prime interpretazioni della nuova disciplina, non ha molta scelta: dopo qualche giorno di mancanza del lavoratore dovrà licenziarlo per assenza ingiustificata. In questo modo però l’azienda è costretta a pagare un ticket fino a 1.500 euro, mentre al lavoratore spetterà per un paio d’anni il diritto di incassare la Naspi (il nuovo meccanismo di integrazione salariale sostitutivo della cassa integrazione). Il lavoratore ha fatto bingo: ha evitato problemi burocratici e ha guadagnato due anni di quasi-stipendio. Inoltre, se dovesse decidere di tornare al lavoro dopo qualche mese sarebbe agevolato nella ricerca di un nuovo posto, potendo il nuovo datore di lavoro incassare il 20% della Naspi non goduta. Inoltre la fruizione della Naspi consente al disoccupato di portare in dote all’eventuale datore di lavoro anche i vantaggi economici, normativi, contributivi, e fiscali connessi al suo status di disoccupato. Di casi simili, dove è evidente una convenienza a non rispettare le regole sulle dimissioni on line, se ne possono trovare a migliaia e non solo tra gli stranieri.

I problemi interpretativi, il rischio di fare passi falsi, gli oneri economici e burocratici, sono tutti sulle spalle dell’imprenditore. Possono porsi problemi in ordine al calcolo del periodo di preavviso, alla validità delle comunicazioni eseguite, o agli effetti delle conseguenze dell’inerzia del lavoratore, alle conseguenze di un errore informatico o alla soluzione di casi particolari che solo la pratica potrà evidenziare. In tutti questi casi il lavoratore malintenzionato viene consegnata un’arma di ricatto nei confronti dell’azienda che può trovarsi nell’impossibilità di reagire.

Tutto ciò, per risolvere un problema che non esiste.

Fonte: Italia Oggi

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