Paolo Soro

Voluntary, ultima chiamata

Stop alla voluntary disclosure in arrivo al 30 novembre. Cosa succede a chi non aderisce? Report di Italia Oggi.

La voluntary disclosure sta transitando sotto lo striscione dell’ultimo chilometro. Entro il 30 novembre i giochi saranno fatti. Si può già dire che l’operazione è un successo annunciato. L’ordine dei dottori commercialisti di Milano ha stimato che dall’operazione l’erario ricaverà non meno di 4 miliardi di euro. Ma l’aspetto più importante è che la voluntary farà emergere una trentina di miliardi che, una volta dichiarati al fisco, entreranno nel circuito legale. Diventeranno compliance, come si dice ora.

Ma cosa succede per i capitali che decideranno invece di non riemergere? Si tratta di patrimoni ancora più consistenti, se è vero che la massa dei fondi degli italiani all’estero, non dichiarati, è stimabile tra i 200 e i 300 miliardi. Qualcuno ha già provveduto a risistemarsi in uno dei (pochi) paradisi fiscali ancora disponibili. Ma la maggior parte dei capitali giacciono, congelati, nelle banche svizzere. Nonostante la proverbiale precisione, affidabilità, rigore, dei banchiere elvetici, si può ben dire che anche loro stanno attraversando un momento di confusione istituzionale. Non hanno tutti i torti: per secoli sono stati tutelati dal segreto bancario che, in Svizzera, era una vera e propria religione di Stato. In pochi anni è stato spazzato via. Oggi le amministrazioni finanziarie come quella italiano possiedono una serie di strumentazioni giuridiche addirittura debordanti per penetrare un segreto ormai inesistente: possono infatti utilizzare la convenzione contro le doppie imposizioni, oppure ricorrere al Tax Information Exchange Agriment (TIEA), o alle, un po’ datate, convenzioni multilaterali sull’assistenza amministrativa, oppure, tra breve, allo scambio automatico di informazioni (CRS) che ha di fatto clonato i sistemi un po’ rudi ma efficaci del Facta. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Se a ciò si aggiunge che nel diritto penale svizzero sta entrando in vigore la punibilità per riciclaggio dell’evasione fiscale aggravata, si comprende il motivo del cambiamento di casacca delle banche svizzere che, da tutori di fatto del contribuente-evasore sono diventate improvvisamente i garanti della correttezza e trasparenza fiscale: i rischi penali e reputazionali sono diventati troppo alti.

Ma cosa ne sarà dei conti non regolarizzati dal primo dicembre? Nessuno lo sa. Ma si possono fare due ipotesi. Le banche svizzere chiudono il conto e spediscono un assegno di importo corrispondente all’attivo al domicilio del titolare, come hanno già fatto in applicazione delle regole del Facta con i clienti americani. Naturalmente poi faranno la segnalazione antiriciclaggio alle autorità competenti: il cliente rischia sanzioni più alte del capitale stesso e un processo penale. Oppure rimane tutto congelato. Di fatto così il cliente, nella migliore delle ipotesi, perde la disponibilità del proprio patrimonio, sempre che la banca non faccia la segnalazione antiriciclaggio. Il correntista può solo rivolgersi all’autorità giudiziaria svizzera sperando che questa gli dia ragione. Ma la strada è impervia. Di fatto, stanno suonando sono le trombe del giudizio, meglio non farsi trovare dalla parte sbagliata.

Fonte: Italia Oggi

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