Paolo Soro

Fisco, pronto il decreto fiscale per internazionalizzazione e crescita

Certezza e stabilità alle norme fiscali. Dialogo e collaborazione preventiva con le imprese per disinnescare i controlli successivi. Trattamento fiscale delle operazioni prevedibile, senza tortuosi cambi di rotta, per le multinazionali straniere che investono in Italia.

Sulla base di quanto risulta a Italia Oggi, il decreto legislativo per la crescita e l’internazionalizzazione delle imprese sarà licenziato tra pochi giorni dal governo in attuazione della legge delega n. 23/2014.

Dopo l’approvazione del decreto sul patent compact, che avvia la detassazione dei proventi delle opere dell’ingegno, è un altro passo avanti importante per rendere più attrattiva l’Italia. Se ne è discuteva per anni, inutilmente. Ora finalmente qualcosa si è mosso.

Il decreto sull’internazionalizzazione punta a un maggiore utilizzo dei ruling, che potranno anche retroagire nel tempo fino al momento della presentazione dell’istanza, grazie al cosiddetto «rollback» già vigente in Spagna e in Giappone. Prevista anche una forma di interpello fiscale a 360 gradi per i grandi progetti: chi intende investire almeno 30 milioni di euro potrà chiedere al fisco di definire subito il trattamento tributario di tutte le operazioni che saranno effettuate negli anni successivi. A scoprire le carte non sarà solo l’Agenzia delle entrate, ma tutti gli altri enti potenzialmente coinvolti, come Dogane o enti locali. In caso di inerzia della pubblica amministrazione, si applicherà il silenzio-assenso e le soluzioni prospettate dal contribuente diventeranno legittime.

Il decreto legislativo recepisce alcune prese di posizione dell’Ocse. Specialmente in tema di stabile organizzazione: viene eliminato il criterio della forza di attrazione, contrario agli orientamenti dell’organizzazione parigina e alle convenzioni contro le doppie imposizioni. Via libera invece al principio della functionally separate entity, secondo cui la stabile organizzazione deve essere considerata fiscalmente come una impresa indipendente, distinta e separata dalla casa madre da cui promana, operante sul libero mercato in condizioni identiche o similari. Un approccio in realtà già seguito dai verificatori da diversi anni, ma che ora trova legittimazione nel Tuir. Si introducono anche molte semplificazioni su discipline ormai consolidate, come la facoltatività dell’interpello Cfc, o la deducibilità dei costi black list nel limite del valore normale delle operazioni.

Tra le novità di derivazione internazionale c’è pure la branch exemption, cioè la possibilità di rendere fiscalmente irrilevanti utili e perdite prodotte da tutte le stabili organizzazioni estere. Ma anche interventi di adeguamento alle pronunce della Corte di giustizia Ue, per esempio in materia di consolidato nazionale o di sospensione della exit tax in caso di trasferimento della residenza dell’impresa in un altro Paese.

Insieme al decreto sull’internazionalizzazione, il governo sta approvando anche quello sulla certezza del diritto, che codifica il concetto di abuso di diritto introdotto dalla Cassazione nel 2008, unificandolo all’elusione. Trova qui soluzione la questione del raddoppio dei termini di accertamento in presenza di reato tributario, attesa da mesi dai contribuenti interessati alla procedura di voluntary disclosure. Infine, si introduce il regime di adempimento collaborativo tra fisco e imprese, raccomandato dall’Ocse già da anni. A parte i ritardi incomprensibili nei tempi di approvazione, tutti i commentatori sembrano d’accordo sul fatto che la direzione è quella giusta.

Fonte: Italia Oggi

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