Paolo Soro

Operazioni infra-gruppo come cessione d’azienda

Una recente pronuncia della Cassazione afferma che, nella qualificazione di un negozio, deve attribuirsi rilievo preminente alla sua causa reale e alla regolamentazione degli interessi, effettivamente perseguita dai contraenti.

Riportiamo il commento di Assonime a una recente sentenza della Cassazione che pare non tener conto della sovraordinata Giurisprudenza della Corte UE.

L’individuazione di una cessione d’azienda (soggetta all’imposta di registro in misura proporzionale) e non di singoli beni (soggetti all’imposta, sempre proporzionale, ma detraibile per il cessionario, sul valore aggiunto) ha interessato anche la cessione di beni effettuati non solo frazionatamente, come già ammesso dalla giurisprudenza anche di legittimità, quando avvenuti a favore di un unico soggetto, ma anche nei riguardi di soggetti diversi, allorquando facciano parte dello stesso gruppo societario.

Infatti, nessun dubbio sull’esistenza di una cessione d’azienda ove sia riscontrata l’unitarietà dell’operazione economica al di là delle forme giuridiche in cui le parti l’abbiano rivestita, non potendosi dare valore preminente alla diversità di oggetto e di causa in presenza di due o più contratti per negare il loro collegamento e consentire un intento elusivo di una fattispecie tributaria, come evidenziato dalla sentenza di legittimità 11 giugno 2007, n. 13580.

Nella controversia oggetto della decisione della Corte di cassazione n. 1955/2015, la cessione d’azienda è stata rinvenuta seppure la società - cedente il magazzino, gli stampi per la produzione, i prodotti finiti, il materiale da imballo e il trasferimento del suo amministratore - continui la propria attività industriale, in quanto “in parte” proseguita per conto terzi sulla base delle direttive della società cessionaria (presso la quale, peraltro, lavora parte della manodopera in base a provvisorio distacco) “senza che assuma rilevanza contraria al riguardo la circostanza che l'attività di distribuzione e di commercializzazione sia stata formalmente trasferita ad altra società” del gruppo all’uopo costituita.

In buona sostanza, l’articolo 20 del Testo unico sulla legge di registro approvato col Dpr 131/1986 (pel quale l’imposta è applicata secondo la intrinseca natura e gli effetti giuridici degli atti presentati alla registrazione, anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente) è stato applicato al gruppo societario, essendosi reputato realizzata la cessione d’azienda ove la cessionaria assuma e gestisca l’attività di produzione, il rischio operativo, di mercato e quello tecnologico.

Infatti, per la sentenza del Supremo collegio in rassegna, risulta appagante che la cennata disposizione vincola l’interprete a privilegiare il dato giuridico reale rispetto ai dati formalmente enunciati - anche frazionatamente - in uno o più atti, e perciò il risultato di un comportamento sostanzialmente unitario rispetto ai risultati parziali e strumentali di una molteplicità di comportamenti formali, in quanto essa è intesa non solo quale norma interpretativa degli atti registrati.

In altri termini, tale disposizione è ritenuta “intesa a identificare l'elemento strutturale del rapporto giuridico tributario il quale è dato dall'oggetto e viene fatto coincidere con gli effetti giuridici indicativi della capacità contributiva dei soggetti che compiono gli atti”, rinviando alla pronuncia del Supremo collegio 25 febbraio 2002, n. 2713, per la quale i singoli atti devono essere considerati come un’unica fattispecie a formazione progressiva finalizzata a un determinato effetto giuridico finale (ossia, in quel caso, la cessione dell’immobile a fronte del conferimento di un immobile gravato da ipoteca in una società e la successiva cessione delle quote alla società conferitaria).

A nostro avviso, le conclusioni della sentenza della Corte regolatrice del diritto in nota non convincono del tutto anche nell’ottica dell’interpretazione offerta dalla giurisprudenza della Corte di giustizia Ue, prima con la sentenza 27 novembre 2003, 373/00, Zita Modes, e poi con la decisione citata da questa in rassegna 10 ottobre 2011, n. 444/10 Christel Schriever, per la quale ultima, nel sistema comunitario dell’Iva, costituisce trasferimento di un’universalità totale o parziale di beni il trasferimento della proprietà dello stock di merci e dell’attrezzatura commerciale di un negozio al dettaglio, contestuale alla locazione al cessionario, a tempo indeterminato, dei locali del negozio stesso, a condizione che i beni siano sufficienti affinché il cessionario possa durevolmente proseguire un’attività economica autonoma.

Infatti, nessun dubbio che il dato decisivo rinvenibile nelle citate pronunce comunitarie è che il cessionario prosegua l’attività della cedente, circostanza che nel caso di specie è stato rinvenuto nel “trasferimento della titolarità dell'attività produttiva”, individuata sotto il profilo sostanziale esaltando il rilievo che le “intenzioni” del soggetto in termini di connotato psicologico dovessero essere comprovate da elementi oggettivi, richieste dalla cennata pronuncia Christel Schriever, i quali elementi erano indicati dai giudici comunitari per la necessaria valutazione dell’intenzione dell’imprenditore di proseguire la gestione dell’impresa, in base agli atti effettivamente compiuti.

In ultima sintesi, proprio l’interpretazione comunitaria che l’intenzione del cessionario perde i propri connotati soggettivi, divenendo ulteriore elemento di interpretazione del contratto, ha indotto la pronuncia della Suprema corte annotata a individuare un carattere unitario al compendio ceduto “in conformità al principio costituzionale di capacità contributiva ed all'evoluzione della prestazione patrimoniale tributaria dal regime della tassa a quello dell'imposta”.

Tale fine è stato pure indicato dalla decisione in rassegna, al fine di qualificare cessione di azienda quel che era stato indicato cessione di beni, senza necessità per gli uffici finanziari di ricorrere all’abuso del diritto in forza dell’elusività della operazione, per cui non grava sull’Amministrazione l’onere di provare i relativi, atteso che i termini giuridici della questione sono già tutti desumibili dal criterio ermeneutico di cui al citato articolo 20.

A tal fine, i Supremi giudici citano la propria pronuncia 14 febbraio 2014, n. 3481, che aveva qualificato cessione d’azienda un atto di conferimento di un’azienda agricola, seguito dalla cessione, a un socio della conferitaria, delle quote ottenute in contropartita dal conferente.

Fonte: Giurisprudenza delle imposte edita da ASSONIME

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