Paolo Soro

16 giugno: tutti pronti… per la proroga

Anche quest’anno, in prossimità della scadenza del 16 giugno, si annuncia la proroga per coloro che sono obbligati alla presentazione degli studi di settore. Permane, comunque, l’alea di incertezza fino a quando non ci sarà il provvedimento ufficiale.

Tra le svariate incertezze che dobbiamo affrontare nello svolgimento della nostra professione, ve ne sono alcune che parrebbe persino (sarcasticamente) inesatto connotare in tal guisa, atteso che si ripetono immancabilmente, ogni anno, nella stessa identica maniera.

La consuetudine o prassi (o, come si rileva dal diritto romano, l’usus), a ben vedere, dovrebbe assumere, de facto, la valenza di norma. Sarà, forse, per questo che il ministro Padoan, in tutt’altre faccende affaccendato all’estero, poco si cura di inserire nella sua agenda, con dignitoso preavviso, un provvedimento che, sì, necessita di una sua ufficialità, ma che tanto si sa, magari l’ultimo giorno, però verrà concesso.

Una prima considerazione concerne i motivi in base ai quali, ogni anno, si ripete la solita pantomima. Si dirà che la nostra è una visione di parte, intenta a scaricare il barile su altri; peraltro, sembrerebbe lapalissiano anche per un non tecnico della materia che la responsabilità è in capo solo in chi governa (prevedendo adempimenti massivi e impossibili da rispettare entro le date istituite), nonché a carico di chi – Agenzia delle Entrate – è deputato a predisporre i software per la compilazione degli studi di settore, i quali, ogni anno, giungono “puntualmente” in ritardo (scusate la contraddizione in termini). In caso contrario, la proroga non ci sarebbe o sarebbe generalizzata; invece, riguarda – appunto – solo i soggetti interessati alla predisposizione di tali modelli.

Sono passati più di 14 anni, da quando l’allora neoministro delle Finanze, Giulio Tremonti, appena insediato nel Governo Berlusconi, prendeva la parola in un consesso nazionale di commercialisti, per fare il fatidico annuncio, lasciando intendere che, con la sua amministrazione, le vecchie brutte abitudini che avevano vessato i consulenti fino a quel momento, sarebbero finite:

“Per quest’anno, ormai, è troppo tardi. Ma possiamo garantire che, già dall’anno prossimo, i software per la compilazione degli studi di settore saranno necessariamente disponibili entro la fine dell’anno precedente a quello in cui occorre compilare le dichiarazioni”.

Addirittura? L’anno prima? Ci dobbiamo credere?

Evidentemente, no!

Da un millantatore all’altro, tutti i titolari che si sono succeduti sullo scranno del dicastero in questione, hanno, semmai, fatto del loro “meglio” perché i programmi relativi agli studi di settore potessero essere approvati il più tardi possibile; e le proroghe hanno rappresentato, invero, l’unica norma non-scritta, certa.

Quest’anno, come detto, non fa eccezione. Il timing segue il solito copione: studi approvati a meno di un mese dalla scadenza e proroga annunciata un paio di settimane dopo; per l’ufficializzazione, considerato il calendario abituale che prevede l’uscita del provvedimento – di media – 24/48 ore prima della deadline, c’è ancora molto tempo (manca una settimana).

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum!

Com’è possibile che, da decenni, ogni anno, si commetta lo stesso errore?

La risposta è semplice e può esemplificarsi in una sola parola: incompetenza.

Ora, è noto che la meritocrazia non sia affare italiano e le poltrone (non solo politiche, ma vieppiù tecniche) siano regolarmente occupate da deretani incapaci. Cionondimeno, in qualunque altro luogo (anche italiano, ma non afferente la Pubblica Amministrazione), chi sbaglia, paga; o, perlomeno, di certo non viene premiato. A quanto dimostrano i fatti, viceversa, questo “detto” non ha alcuna attinenza col mondo politico nostrano.

Questi signorotti del feudo raccolgono il consenso della plebe scagliando invettive, tanto clamanti quanto sgrammaticate, contro, di volta in volta, a seconda della convenienza politica di turno in funzione dell’immaginario collettivo:

-           magistrati, rei di non essere puniti a dovere dalla norma sulla responsabilità civile;

-           commercialisti, i quali, dopo l’alacre surplus di lavorio telematico al solo fine di semplificare le incombenze dell’Amministrazione, devono pure essere severamente sanzionati e puniti a causa di errori compiuti da altri.

Per tacere dei diuturni malcontenti esplicitati da ogni cittadino, inopinatamente abbandonato da uno Stato che non è in grado di fornire accettabili servizi, naturale contropartita di quelle imposte che, al contrario, incamera in misura spropositata.

Gli unici che continuano imperterriti a “sbagliare e non pagare” sono proprio coloro che accusano gli altri, approfittando di una posizione che assicura loro immunità e impunità. E non siamo noi a scriverlo, quanto piuttosto la Corte Costituzionale a certificarlo con una serie di sentenze a tutti ben conosciute che, recentemente, hanno messo alla berlina politici e pseudo-tecnici.

Ebbene, davvero c’è qualcuno che possa anche lontanamente immaginare di vedere un Paese perseguire obiettivi economici e dipanarsi tra le sabbie mobili della crisi, essendo condotto da una tale masnada di nocchieri (nella migliore delle ipotesi) inetti, che riesce solo a scegliersi degli aiutanti, se possibile, ancor più garbuglioni?

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