Paolo Soro

TFR in busta paga? No, grazie

L’Osservatorio della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro rende noti i primi dati concernenti il numero dei lavoratori che hanno fatto richiesta del TFR in busta paga: il risultato, come prevedibile, è disarmante.

Il TFR in busta paga, uno dei principali cavalli di battaglia propagandati dal Governo, si sta risolvendo in un pauroso flop, almeno stando ai dati comunicati dall’Osservatorio della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro.

L’erogazione del TFR in busta paga è stata disciplinata dal DPCM 20 febbraio 2015, N. 29, in attuazione dell’art. 1, c. 26-34, della Legge di Stabilità 2015 (L. 190/2014). Tale norma, accanto alla possibilità di poter destinare il TFR a un fondo di previdenza complementare oppure mantenerlo semplicemente in azienda per fruirne in caso di interruzione del rapporto di lavoro, ha concesso ai lavoratori dipendenti la possibilità di chiedere l’anticipazione del proprio trattamento di fine rapporto, in quote erogate ogni mese direttamente nella propria busta paga.

Come noto, tale provvedimento è operativo dal 3 aprile 2015 (data di entrata in vigore del citato DPCM 29/2015) e avrà termine il 30 giugno 2018 (con prima liquidazione prevista per il mese di maggio 2015). Il TFR maturando, ovverossia quello che viene inserito in busta paga, dipende dal momento in cui si fa la scelta; il TFR maturato (cioè, quello ante maggio 2015), viceversa, non può essere monetizzato e segue la doppia precedente destinazione ordinaria: si lascia in azienda, oppure si versa in apposito fondo di previdenza complementare.

La disposizione in esame è, peraltro, particolarmente penalizzata da due peculiarità che, indubbiamente, le fanno perdere appeal, scoraggiando i lavoratori:

-          l’assoggettamento a tassazione ordinaria (cosa che comporta una notevole diminuzione del netto percepito nel caso in cui si opti per richiedere l’inserimento del TFR in busta paga, rispetto a quanto si andrà a incassare a fine rapporto);

-          l’irrevocabilità della scelta: una volta deciso di richiedere il TFR in busta paga, non si può più tornare indietro, restando vincolati a tale scelta fino al 30 giugno 2018.

Si rammenta, infatti, che il triennio in questione è un periodo di sperimentazione.

Orbene, dopo poco più di due mesi dall’entrata in vigore della norma in argomento, coloro che hanno optato per ricevere il TFR in busta paga sono un numero davvero infinitesimale: su un campione di 1 milione di lavoratori, soltanto 567 di loro (pari allo 0,0567%) hanno deciso di approfittare di tale “preziosa opportunità”. Tali sono i dati resi noti dall’Osservatorio della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, che ha elaborato gli stipendi di circa 7 milioni di dipendenti del mese di maggio 2015. Seppure, viene precisato, che, per il momento, sono state analizzate solamente le situazioni delle grandi aziende, ossia quelle che mediamente occupano più di 500 dipendenti. Aspettiamo, dunque, di scoprire cosa è accaduto pure nelle piccole imprese.

Piccola considerazione in proposito: questi 567 “temerari” (o, molto più probabilmente, solo persone che versano in una situazione finanziaria particolarmente grave), essendo lavoratori di aziende con più di 50 dipendenti, nella stragrande maggioranza dei casi (oltre il 90%) avevano il TFR destinato all’INPS (che, notoriamente, non gode di meravigliosa fama, quanto a certezze pensionistiche). Tale elemento potrebbe, dunque, aver pesato non poco sulla scelta dei diretti interessati.

Qualunque siano i motivi, resta il fatto che anche questa novità normativa del Governo Renzi, asseritamente rivoluzionaria e foriera di chissà quali benefici effetti nelle tasche delle famiglie, tali da rimettere prontamente in moto il volano dei consumi, al momento, si è dimostrato un flop di dimensioni spaventose.

D’altronde, per prevedere che, in ogni caso, il livello della spesa degli Italiani non avrebbe potuto subire alcuna positiva ripercussione da tale provvedimento, non ci sarebbe stato certo bisogno di scomodare dalla tomba Keynes (padre della “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, nonché massimo esperto in materia di propensione al consumo), per chiedergli un parere pro veritate.

Stante, infatti, l’enorme sconvenienza economica nell’optare per il TFR in busta paga, chi adotta tale scelta non può che trovarsi in situazione finanziaria particolarmente critica. Ergo, è impensabile anche solo immaginare che, tali soggetti, una volta ricevuto questo piccolo surplus (tassato in maniera inusitata), non vedano l'ora di andare per il centro a fare shopping, pur di contribuire alla ripresa dei consumi nel Paese.

E, saltando di flop in flop, non possiamo esimerci dal dare conto di quanto appena pubblicato da Italia Oggi sul suo sito Internet, in merito al 730 precompilato.

Parrebbe, infatti, che siano sempre di più i CAF (per i quali, il modello 730 è sempre stato fonte di importanti entrate) che inoltrano allarmanti direttive ai loro uffici territoriali, invitandoli a evitare di predisporre la denuncia, posto che, e seguito dei numerosi errori riscontrati sui modelli rilasciati dall’Agenzia delle Entrate, il 730 precompilato sta dimostrandosi essere solo un’inutile perdita di tempo e, pertanto, è meglio evitarlo, procedendo, fin da subito, con le modalità ordinarie di compilazione e presentazione del “vecchio” modello 730 per il periodo d’imposta 2014.

Circa i tempi di lavorazione, i CAF hanno verificato che l’accesso alla precompilata del cliente si rivela in molte situazioni un inutile passaggio in più, nel ciclo di predisposizione dell’intero modello 730. Di conseguenza, rinunciare all’accesso alla precompilata consente di velocizzare le operazioni di inserimento e trasmissione delle dichiarazioni, ottimizzando così i tempi e rendendo il lavoro non svantaggioso dal punto di vista economico.

TFR in busta paga e 730 precompilato: due fallimenti annunciati.

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