Paolo Soro

TFR in busta paga

Tra le varie misure previste dalla Legge di Stabilità 2015, una di quelle che più ha acceso il dibattito politico e che continua a far discutere, è senza dubbio quella concernente la possibilità di richiedere in busta paga le quote del proprio TFR da parte dei dipendenti.

Tra le varie misure previste dalla Legge di Stabilità 2015, una di quelle che più ha acceso il dibattito politico e che continua a far discutere, è senza dubbio quella concernente la possibilità di richiedere in busta paga le quote del proprio TFR da parte dei dipendenti.

Come noto, l’attuale previsione normativa è rivolta a tutti i lavoratori del comparto privato, con eccezione di quelli impiegati in agricoltura, i collaboratori familiari e i dipendenti delle aziende che hanno ufficializzato uno stato di crisi, o che comunque abbiano una procedura concorsuale aperta. Non sono, viceversa, interessate dalla disposizione le aziende che occupano più di 50 addetti. Da notare che potranno richiedere il TFR anche coloro che hanno già aderito a un fondo di previdenza integrativa.

Un primo vincolo concerne l’irrevocabilità della scelta. Ovverossia, il lavoratore che intendesse fare richiesta delle proprie quote del TFR, non potrebbe più modificare tale decisione, che dunque rimarrebbe valida per tutto il periodo di vigenza prescritto, il quale è determinato – in via sperimentale – a decorrere dal marzo 2015, fino al giugno 2018. Questo, evidentemente, comporta un’attenta valutazione da compiersi caso per caso, con riferimento all’effettivo vantaggio, in funzione della rispettiva situazione personale globale.

L’elemento maggiormente penalizzante per i lavoratori è senza dubbio quello relativo alla tipologia di tassazione cui saranno soggette tali somme extra che verranno accreditate nella busta paga. Sulla retribuzione integrativa di chi opta per avere la liquidazione nel mensile scatterà, infatti, la tassazione IRPEF secondo le aliquote ordinarie e non con il sistema della tassazione separata cui è di regola soggetto il TFR. Una previsione che, di certo, incide notevolmente sulla convenienza della scelta: l'aliquota media attualmente applicata al TFR è infatti compresa tra il 23 e il 26%, mentre l'IRPEF sull'imponibile che supera lo scaglione più comune (15.000,00 euro) parte da un’aliquota del 27%, salvo poi crescere con le fasce di reddito, sulla base della tabella progressiva, fino al 43%. Ne consegue che, in genere, la scelta non sarà conveniente a priori per chi ha un reddito complessivo annuo superiore agli anzidetti 15.000,00 euro; e comunque, più elevato è il reddito da lavoro, meno è incentivata l'opzione del TFR in busta, posto che i lavoratori che eserciteranno l’opzione andranno a pagare parecchie più imposte rispetto a coloro i quali non lo faranno. Per contro, viene stabilito che l'imposta sostitutiva sui redditi derivanti dalle rivalutazioni dei fondi per il trattamento di fine rapporto maturato, passerà dall'11 al 17%. Oltre all’ordinaria tassazione IRPEF, si attendono poi specifici chiarimenti anche con riferimento agli eventuali connessi oneri contributivi-assicurativi agli effetti INPS e INAIL. Unica clausola positiva, quella che esclude il reddito aggiuntivo dal computo del tetto complessivo che garantisce il noto bonus IRPEF da 80 euro, in vigore dal maggio scorso; per cui, chi opterà per il TFR in busta paga non perderà quel bonus, se anche prima ne aveva tutti i requisiti. Il cumulo di redditi potrebbe incidere, però, sugli importi attualmente percepiti per gli assegni familiari, oltre che sulle somme spettanti a titolo di detrazioni IRPEF, con contestuale nocumento del netto incassato. Insomma, pare chiaro che non si tratti di una decisione agevole e che, per compierla in maniera avveduta, i dipendenti dovranno richiedere la consulenza (onerosa) di un professionista, non pagato dal loro datore di lavoro. Occorre, anzi, tenere presente che la norma non impone ai datori di lavoro alcun obbligo di informativa verso i propri dipendenti.

Vediamo, ora, cosa avviene dal punto di vista delle aziende. Il Presidente del Consiglio aveva parlato di un mancato esborso effettivo, a seguito delle intese raggiunte a livello nazionale con tutto il sistema bancario. Il TFR dovrebbe essere regolarmente accantonato anno dopo anno in un fondo patrimoniale per poter essere liquidato al momento della conclusione del rapporto di lavoro. Purtroppo, però, trattandosi di un’indubbia forma di autofinanziamento aziendale, solo in rarissimi casi ciò davvero avviene, considerato che le aziende, pressate come sono dall’attuale periodo di crisi economica, hanno già quasi tutte fatto ricorso a qualunque forma di finanziamento possibile e, dunque, anche ai fondi accantonati per il TFR.

Sulle modalità di pagamento del TFR in busta paga, allora, sono state indicate due differenti possibilità.

1)      Versare direttamente l'ammontare del TFR maturando, ottenendo in cambio gli stessi benefici oggi previsti per i datori di lavoro che versano detti importi alle forme di previdenza complementare.

2)      Accedere al credito bancario, che verrà definito con un Decreto del Consiglio dei Ministri da adottarsi entro 30 giorni dall’approvazione della legge di Stabilità, alle condizioni predisposte dalla convenzione ABI-MEF-Ministero del Lavoro. Per seguire questa strada il datore dovrà prima domandare all'INPS la certificazione del TFR maturato da parte dei singoli lavoratori; dopodiché, potrà chiedere il previsto finanziamento bancario, sul quale verrà riconosciuto, in sede di rimborso, solo il tasso di rivalutazione della quota TFR (ovvero, l'1,5% più lo 0,75% annuo dell'indice di inflazione). L'operazione sarà sostenuta da un Fondo di Garanzia INPS che parte con una dote di 100 milioni e che verrà finanziato con un contributo datoriale dello 0,2%. In caso di insolvenza, le banche si rivolgeranno a questo fondo a sua volta assistito dalla “garanzia di ultima istanza” dello Stato.

Questa seconda strada lascia aperti parecchi interrogativi, primo fra tutti, quello attinente alla valutazione creditizia delle aziende che parrebbe comunque imprescindibile da parte delle banche. Per quanto, infatti, siano previste delle forme fideiussorie di terze parti istituzionali, strutturate – in pratica – sul fondamento del sistema attualmente utilizzato dai noti consorzi di garanzia fidi, non possiamo fare a meno di domandarci cosa potrebbe avvenire in tutte quelle imprese in forte stato di decozione, aventi un rating estremamente negativo, a favore delle quali sembrerebbe impossibile pensare di rilasciare qualunque tipo di finanziamento, essendo quanto mai dubbio il corretto e puntuale pagamento delle rate da rimborsare. D’altronde, quegli imprenditori non potrebbero comunque opporsi alle eventuali richieste dei propri dipendenti. Anzi, è facile comprendere come tale situazione si presterebbe a essere facilmente manipolata per ottenere, da una parte, ulteriore liquidità, e dall’altra, dei proventi divenuti oramai quasi insperati. Oltre a ciò, non si può fare a meno di notare come, di fatto, le necessità di alcuni contribuenti andranno a essere finanziate con un maggiore esborso di altri (contributo datoriale dello 0,2% del Fondo di Garanzia), secondo il consueto deplorevole uso politico italiano.

Il nostro giudizio al riguardo è dunque fortemente critico e negativo: siamo di fronte a un’ennesima trovata propagandistica, tramutata con troppa fretta e scarse competenze tecniche, in proposta di legge. Dobbiamo essere tutti ben consci che il governo si trova alle prese con la solita “coperta corta”: i soldi non ci sono e non si possono inventare. Ciò, però, che ci pare assai disdicevole è il tentativo di voler per forza prendere in giro gli altri: si aggira il vincolo UE, lavorando sulle minori entrate, anziché sulle maggiori spese; si carpisce il consenso elettorale, facendo credere che si fanno delle concessioni, e mascherando (in modo pure maldestro) il fatto che i fondi per metterle in atto vengono ripresi sotto diverse forme agli stessi precedenti beneficiari e/o ad altre categorie di contribuenti.

Preso atto che ognuno debba fare il suo mestiere, lasciamo che i governanti facciano il loro, ma noi tecnici, proprio perché ci limitiamo a fare il nostro, non possiamo che disapprovare energicamente la misura in questione; perlomeno, così come è stata scritta.

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