Paolo Soro

Equo compenso per i professionisti, chi l’ha visto?

Esattamente un anno le manifestazioni in piazza per rivendicare il diritto. Poi più nulla. A un anno di distanza l’equo compenso si è trasformato in un ectoplasma. Anche perché non sono state approvate alcune importanti norme attuative, come i parametri ministeriali.

Esattamente un anno fa i professionisti scendevano in piazza per rivendicare il diritto all'equo compenso, dopo lo scalpore sollevato dai casi di alcuni enti pubblici che avevano approvato bandi di progettazione con la previsione di un compenso per il progettista pari a zero. La mobilitazione ebbe successo e l'equo compenso fu inserito nella legge di Bilancio 2018. Poi più nulla.

A un anno di distanza l'equo compenso si è trasformato in un ectoplasma. Si sono organizzati convegni, scritti articoli, in una decina di casi lo stesso principio, variamente declinato, è stato inserito nella legislazione regionale. Stop. Si può dire che lo spirito dell'equo compenso abbia prevalso su quello della concorrenza ad ogni costo, imposto dall'antitrust e da precisi centri di potere. Ma non risultano finora effetti concreti sui compensi dei professionisti. Anche perché non sono state approvate alcune importanti norme attuative, come i parametri ministeriali sui quali dovrebbero essere calcolati i compensi: finora sono stati rinnovati solo quelli degli avvocati, mentre quelli dei commercialisti sono fermi al 2012; quelli delle professioni non ordinistiche nessuno li ha mai visti.

Altro handicap: attualmente la disciplina dell'equo compenso si applica nei confronti delle prestazioni rese nei confronti della pubblica amministrazione e dei contraenti forti (banche, assicurazioni ecc.) ma non nei rapporti con piccole e medie imprese o persone fisiche. In un recentissimo incontro con i rappresentanti dei professionisti, il sottosegretario alla giustizia Jacopo Morrone ha promesso di colmare questa lacuna con un emendamento alla legge di Bilancio 2019 oppure, se questa strada si rivelerà non percorribile, con un altro provvedimento da approvare al più presto.

In realtà, anche all'interno delle stesse categorie professionali, se da una parte si ritiene importante l'affermazione che, in linea di principio, l'attività del professionista deve essere retribuita in modo adeguato alla quantità e qualità della prestazione offerta, dall'altra ci si rende conto che non ci si può scontrare in modo frontale contro le dinamiche di un mercato del lavoro complesso e difficile da ricondurre dentro gli schemi semplificatori di una norma di legge valida per tutti. Così c'è chi è preoccupato dal fatto che l'equo compenso, se non accompagnato da un'esclusiva di legge, possa mettere il professionista fuori mercato rispetto a soggetti, magari meno qualificati, ma che, non avendo tutti i vincoli imposti dall'appartenenza ad un ordine professionale, possono essere disponibili a lavorare ad un prezzo inferiore. Altra preoccupazione fa riferimento alla difficoltà a fissare un equo compenso per una prestazione che può essere svolta da un professionista anziano e strutturato oppure da un giovane disposto a lavorare a costi più contenuti pur di entrare nel mercato o allargare il bacino dei suoi clienti.

Ma se l'affermazione del principio dell'equo compenso, pur importante in sé, ha avuto scarsi effetti concreti, ancora più evanescente sembra essere stata l'affermazione di un altro principio contenuto questa volta nel Jobs act, quello di sussidiarietà, che dovrebbe sostanziarsi nel riconoscimento in capo ai professionisti del riconoscimento di una funzione pubblica per una serie di funzioni svolte in favore della collettività. Basti pensare all'importante ruolo svolto nelle trasmissioni telematiche di dati a favore dell'amministrazione finanziaria (che ha così potuto costruire un'anagrafe tributaria tra le più complete al mondo a costi vicino allo zero), o in materia di lavoro, o sanitaria.

Anche su questo tema c'è stato un impegno del sottosegretario Morrone, ma qui c'è l'ulteriore scoglio di un eventuale costo per le casse pubbliche, che dovrebbe essere l'effetto del riconoscimento del principio di sussidiarietà, che rende molto difficile qualsiasi passo in avanti (d'altra parte, in mancanza di un riconoscimento anche economico, tutto si ridurrebbe ad una stella di latta).

Fonte: Italia Oggi

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