Paolo Soro

Agevolazioni abitazione principale correlate ai consumi elettrici

Per la Cassazione, se i consumi elettrici sono bassi, l'amministrazione comunale può disconoscere l'agevolazione Ici per l'abitazione principale.

La presunzione di residenza effettiva in un comune, certificata dai dati anagrafici, può essere superata dai consumi elettrici se ritenuti modesti. L'importante principio è stato affermato dalla Corte di cassazione, con l'ordinanza 14793 del 7 giugno 2018.

Naturalmente, lo stesso principio è applicabile anche all'Imu e alla Tasi.

A parere dei giudici di piazza Cavour, per l'immobile adibito ad abitazione principale, le risultanze anagrafiche hanno un valore presuntivo riguardo al luogo di residenza effettiva «e possono essere superate da prova contraria, desumibile da qualsiasi fonte di convincimento e suscettibile di apprezzamento riservato alla valutazione del giudice di merito».

E i bassi consumi elettrici nel corso di un triennio sono da ritenere una prova sufficiente per superare la presunzione di residenza effettiva nel comune, «fondata sulle risultanze anagrafiche, in quanto elemento sintomatico di una presenza nell'abitazione oggetto d'imposizione non abituale». La regola è applicabile anche alle imposte locali attualmente vigenti, per contestare la presenza abituale del contribuente nell'immobile adibito a prima casa.

Va ricordato che sempre la Cassazione (ordinanza 8017/2017) ha precisato che per ottenere l'agevolazione fiscale conta anche la categoria catastale. Non spetta l'esenzione se l'immobile è inquadrato catastalmente come ufficio o studio. La classificazione catastale è decisiva. Secondo la Cassazione «qualora l'immobile sia iscritto in una diversa categoria catastale, è onere del contribuente, che pretenda l'esenzione, impugnare l'atto di classamento».

I benefici fiscali non sono più da tempo limitati solo all’aliquota agevolata e alla detrazione. Dal 2008 non erano più tenuti al pagamento dell'Ici i titolari di immobili adibiti ad abitazione principale, che è quella in cui i contribuenti hanno la residenza anagrafica e che destinano a dimora abituale. Anche allora, come a tutt'oggi, erano escluse dal beneficio solo le unità immobiliari iscritte nelle categorie catastali A1, A8 e A9 (immobili di lusso, ville e castelli).

In base a quanto disposto dall'articolo 1 del decreto-legge 93/2008, l'esenzione si estendeva agli immobili assimilati dai comuni alla prima casa e alle pertinenze. Il contribuente aveva in passato diritto all'esenzione per l'abitazione principale nel caso in cui utilizzasse contemporaneamente diversi fabbricati. Tesi che oggi non è pacifica. Al riguardo, il Ministero dell'economia e della finanze si è espresso in senso contrario.

Quello che contava era l'effettiva utilizzazione dell'immobile complessivamente considerato, a prescindere dal numero delle unità catastali. Non importava, peraltro, che gli immobili distintamente iscritti in catasto fossero di proprietà non di un solo coniuge ma di ciascuno dei due in regime di separazione dei beni.

Così si era espressa la Cassazione (sentenza 12269/2010), secondo la quale un'interpretazione contraria non sarebbe rispettosa della finalità legislativa di ridurre il carico fiscale sugli immobili adibiti a «prima casa».

Fonte: Italia Oggi

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