Paolo Soro

L’omissione di un dato contabile non fa il falso in bilancio

L’imprenditore non può essere condannato per falso in bilancio soltanto perché ha omesso di esporre un dato contabile di importo rilevante.

L'imprenditore non può essere condannato per falso in bilancio soltanto perché ha omesso di esporre un dato contabile di importo rilevante.

È infatti necessaria la prova dei raggiri e del profitto, in una parola, del dolo.

La Cassazione, con la sentenza 21672 del 16/5/2018, ha accolto il ricorso di un manager abruzzese.

Una srl non aveva esposto in bilancio, alla voce fondo rischi, il credito per la vendita di alcuni immobili, per un importo superiore a un milione di euro, sui quali si era fatta carico delle garanzie per evizione e risarcimento in caso di no al permesso di costruire.

La Corte d'appello, data la rilevanza del dato contabile omesso, aveva affermato la responsabilità penale per falso in bilancio, liquidando una provvisionale alla parte civile.

Contro questo verdetto la difesa dell'uomo ha presentato con successo ricorso alla Suprema corte.

La quinta sezione penale ha annullato con rinvio la condanna per mancanza della prova del dolo.

Per il Supremo collegio, infatti, la Corte territoriale ha sbagliato ad affermare che la dimostrazione dell'elemento psicologico del reato fosse implicita, visto l'elevato importo del dato contabile.

Infatti, in tema di falso in bilancio, dove l'elemento soggettivo presenta una struttura complessa comprendendo il dolo generico (avente a oggetto la rappresentazione del mendacio), il dolo specifico (profitto ingiusto) e il dolo intenzionale di inganno dei destinatari, il predetto elemento soggettivo non può ritenersi provato, in quanto «in re ipsa», nella violazione di norme contabili sulla esposizione delle voci in bilancio, né può ravvisarsi nello scopo di far vivere artificiosamente la società, dovendo, invece, essere desunto da inequivoci elementi che evidenzino, nel redattore del bilancio, la consapevolezza del suo agire abnorme o irragionevole attraverso artifici contabili.

Ora gli atti torneranno all'Aquila che dovrà riconsiderare l'intero caso alla luce del principio affermato in sede di legittimità. I giudici dovranno cioè accertare se tacere la posta di bilancio ha procurato un ingiusto profitto all'imprenditore.

Fonte: Italia Oggi

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