Paolo Soro

Imprese alla resa dei conti

Non poche le perplessità sulla prevista riforma della legge fallimentare.

Se dovesse entrare in vigore la riforma del diritto fallimentare (attualmente in attesa dei decreti legislativi attuativi) quasi la metà delle imprese italiane rischierebbero di dover attivare le procedure di allerta e composizione assistita della crisi: in pratica, per molte di loro sarebbe l’anticamera del fallimento. Un’ecatombe difficile da quantificare in termini precisi, anche perché non sono ancora noti nel dettaglio gli indicatori che dovranno essere utilizzati per avviare la procedura di allerta. E’ tuttavia sufficiente dare uno sguardo all’analisi sui bilanci aziendali fatti dalla Fondazione nazionale dei commercialisti, dai quali emerge che il Roe (return on equity, cioè il rendimento del capitale investito) è stato nel 2016 nullo o negativo per l’80% delle grandi imprese e per il 31% delle imprese in generale. Un Roe negativo, pur essendo un dato ancora abbastanza grezzo, è certamente un segnale negativo, perché significa che l’azienda non sta producendo utili e sta consumando capitale. Questi dati sono confermati anche dai dati di natura finanziaria e da quelli ricavabili dalle dichiarazioni dei redditi delle società di capitali, dove emerge che più della metà dichiarano un reddito nullo o negativo. Quando questa situazione si cronicizza e i proprietari non sono disponibili a introdurre capitali freschi significa che la crisi è già arrivata ben oltre la necessaria segnalazione di allerta, con la conseguente necessaria attivazione della procedura di composizione assistita della crisi, come previsto dall’articolo 4 della legge fallimentare.

Ma l’attivazione di questo percorso, che dovrebbe essere guidato da un apposito organismo istituito preso le camere di commercio, potrebbe creare effetti devastanti sulle imprese interessate e, visti i numeri di quelle potenzialmente interessate, sull’intero sistema produttivo. Gli esperti nominati dalle camere di commercio, par di capire, cercheranno di mettere una pezza con un taglio al debito o una dilazione dei pagamenti o entrambe le soluzioni. Difficile immaginare che (salvo siano dotati di poteri paranormali) riescano a fare di più. Ma la prima reazione degli stakeholders, in primo luogo le banche e i fornitori, di fronte alla notizia dell’avvio della procedura di composizione assistita, sarà quella di ritirare la fiducia all’impresa coinvolta, rendendone quindi più molto più probabile il collasso che il risanamento.

Il ministro della giustizia, Andrea Orlando, responsabile per l’attuazione della riforma, sembra consapevole del problema, tanto che, interpellato da ItaliaOggi, ha dichiarato che “gli uffici stanno lavorando per mettere a fuoco le condizioni reali del tessuto produttivo del paese” e quindi per ipotizzare quali potrebbero essere gli effetti concreti della riforma. Sembra di capire che i tempi brevi, annunciati a ottobre, si siano già allungati parecchio e che fino alla fine della legislatura non se ne farà nulla.

In realtà, in mancanza dei decreti legislativi attuativi della riforma non è ancora chiaro quali sono gli indicatori che devono portare alla definizione di stato di crisi. La norma prevede l’utilizzo di parametri come l’equilibrio tra mezzi propri e di terzi (ma non precisa, per ora, quale sia il livello di indebitamento ritenuto accettabile o meno), la rotazione dei crediti e del magazzino, la liquidità aziendale. In realtà la scienza aziendalista ha da tempo evidenziato ciò che veramente è rilevante per determinare la capacità dell’impresa di far fronte alle proprie obbligazioni è il flusso di tesoreria, o meglio il piano di tesoreria prospettico. Ma potrebbe accadere anche che una situazione non patologica venga invece allarmata da una segnalazione e che i sindaci, per evitare eventuali responsabilità anche penali, richiedano l’apertura di una procedura di allerta, con tutti i problemi che ne conseguono, anche in termini di reputazione aziendale e quindi possibilità di accedere ai finanziamenti.

In ogni caso, è evidente che la crisi d’azienda non può essere misurata con indicatori fissi uguali per tutti, ogni settore ha i suoi problemi, e in ogni caso gli indicatori più utili sono quelli di natura finanziaria e soprattutto quelli in grado di prevedere le evoluzioni future, più che le performance del passato, ma questo pone evidenti criticità in tema di assetti organizzativi, soprattutto per quanto riguarda le imprese di minori dimensioni. L’attivazione di parametri numerici non ben meditati rischia addirittura, attraverso il meccanismo di allerta, di destabilizzare il sistema produttivo italiano.

Fonte: Italia Oggi

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