Paolo Soro

Finita la festa dell’elusione

Anche per le multinazionali la pacchia sta per finire.

Il gigantesco meccanismo di elusione fiscale che sottrae ogni anno decine di miliardi di euro di imposte agli stati produttori di ricchezza è sotto il tiro incrociato di Ocse, Commissione europea e amministrazione Trump. Secondo una ricerca Mediobanca, i 22 gruppi mondiali con fatturato superiore a 3 miliardi riescono a eludere ogni anno 69 miliardi di imposte. Secondo una stima di Gabriel Zucman, dell’Università di Berkeley, i dati emersi dall’inchiesta Paradise paper fanno ipotizzare una perdita di gettito solo in Europa di 60 miliardi ogni anno. Si tratta in ogni caso di cifre enormi. E il solo fatto che istituzioni così prestigiose si lancino in queste stime (qualche anno fa ricerche del genere non sarebbero state nemmeno immaginabili) significa proprio che questo genere di pianificazioni fiscali è all’ultima spiaggia.

Dopo la crisi del 2008/2012 gli stati nazionali non si possono più permettere queste gigantesche perdite di gettito. Non è un caso se negli ultimi anni abbiamo avuto prima la lista Falciani, poi i Panama papers, e ora i Paradise papers. Evidentemente si è deciso di cambiare rotta e queste continue rivelazioni servono a creare il clima politico necessario per sostenere una battaglia che, non dimentichiamolo, si deve scontrare con multinazionali che hanno fatturati spesso superiori a quelli degli stati nazionali e in alcuni casi gestiscono liquidità pari al debito pubblico di un paese di medie dimensioni.

Ma ormai è solo questione di tempo. Grazie al lavoro dell’Ocse e a un accordo internazionale finora inossidabile, gli stati si sono già dotati di strumenti atti a incentivare la trasparenza come il country by country reporting, lo scambio di informazioni, le nuove linee guida in materia di prezzi di trasferimento, lo scambio di informazioni in materia di tax ruling. Tutte finestre spalancate su un mondo che fino a pochi anni fa viveva e prosperava grazie all’opacità e alla connivenza di molti Stati con gli interessi delle multinazionali.

Il clima è mutato così rapidamente che aziende attentissime alla loro brand reputation non hanno fatto in nemmeno in tempo a cambiare rotta prima che le loro magagne fiscali finissero all’attenzione dell’opinione pubblica. Elemento che rischia di creare loro danni più pesanti di quello che possono risparmiare con le loro attività elusive. È così possibile conoscere nei dettagli, ed è questo il contenuto dell’inchiesta principale di ItaliaOggi Sette di questa settimana, i sistemi utilizzati da società come Nike, Apple, Facebook per evitare di pagare decine di miliardi di imposte. Gli strumenti sono diversi tra di loro, ma in comune c’è lo spostamento in paesi a bassa o nulla fiscalità (e scarsa trasparenza) dei diritti di sfruttamento di marchi e brevetti.

Le procure di vari paesi hanno messo sotto accusa queste forme di elusione e le amministrazioni finanziarie di vari paesi hanno chiuso accordi per il recupero di imposte per svariati milioni; l’opinione pubblica dei paesi occidentali, spesso oppressa da livelli insostenibile di pressione fiscale, è ormai sensibilissima al tema, e se non bastasse Usa e Ocse stanno studiando un meccanismo di formulary apportionment, cioè un metodo in grado di ripartire il reddito di una società multinazionale in proporzione dell’attività da questa svolta nei diversi paesi nei quali è operativa. Il principio è chiaro: le imposte si devono pagare nel paese dove il valore è stato creato. L’applicazione è in fase di avanzato studio, ma in ogni caso il consenso politico sembra abbastanza solido. Gli anni delle vacche grasse  sono finiti anche per loro.

Fonte: Italia Oggi

comments powered by Disqus
finanziasoci
top