Paolo Soro

Fallimenti, si gioca d’anticipo

Con la riforma del fallimento approvata mercoledì 11 ottobre dal parlamento, si introducono innovazioni sostanziali su un meccanismo che, nella sua struttura portante, risale addirittura al 1942.

In ossequio a un approccio politicamente corretto, si elimina la parola «fallimento» e la si sostituisce con «liquidazione giudiziale» nella speranza, probabilmente vana, di eliminare così anche lo stigma sociale che colpisce la persona del fallito. La crisi d’impresa e l’insolvenza, da fenomeni patologici vorrebbero essere ricompresi nella normalità dei processi aziendali: situazioni nelle quali l’imprenditore può incappare anche senza alcuna colpa (basti pensare ai fenomeni sempre più frequenti delle crisi di mercato, che spazzano via interi settori industriali).

La riforma si concentra piuttosto sull’obiettivo di prevenire e possibilmente di curare, la crisi. Perciò introduce un meccanismo di allerta che avrà certamente bisogno di una sperimentazione sul campo e di successive messe a punto. Così come è scritto sembra infatti piuttosto astratto, non in grado di tener conto delle reali dinamiche che si andranno a innestare tra imprenditore, organi di controllo, creditori, parti sociali ecc. L’articolo 4 della legge delega prevede infatti un meccanismo di allerta e di composizione assistita della crisi mediante l’istituzione presso le camere di commercio (che pochi anni fa si volevano abolire) di un organismo che nominerà, prendendoli da un apposto elenco, tre esperti, i quali interverranno per ricercare una soluzione della crisi concordata tra creditore e debitore. In sostanza, par di capire che si cercherà di mettere una pezza con un taglio al debito o una dilazione dei pagamenti o entrambe le soluzioni. Difficile immaginare che tre superesperti piovuti dal cielo (a meno che non siano dotati di poteri paranormali) riescano a fare di più. Nella procedura individuata non mancano punti critici, come quello relativo alla definizione di stato di crisi oppure quello legato ai soggetti che dovrebbero avviare tale procedura. La norma prevede l’utilizzo di indicatori come l’equilibrio tra mezzi propri e di terzi (ma non precisa, per ora, quale sia il livello di indebitamento ritenuto accettabile o meno), La rotazione dei crediti e del magazzino (anche qui non sarà semplice individuare dei parametri validi per tutti o anche solo per determinati settori merceologici), alla liquidità aziendale (idem). In realtà la scienza aziendalista ha da tempo evidenziato che indicatori statici, come quelli sopra definiti, ben difficilmente sono in grado di far emergere lo stato di crisi dell’impresa. Ciò che veramente è rilevante per determinare la capacità dell’impresa di far fronte alle proprie obbligazioni è il flusso di tesoreria, o meglio il piano di tesoreria prospettico. Anche perché i dati di bilancio , la loro qualità e la loro aderenza alla concreta situazione aziendale, possono essere noti solo all’imprenditore e a pochi suoi collaboratori, e anche questo rende meno realistiche le valutazioni che possono essere effettuate da terzi ai fini della richiesta di apertura della procedura di allerta. Potrebbe così accadere che una situazione assolutamente non patologica venga invece allarmata da una segnalazione e che i sindaci, per evitare eventuali responsabilità anche penali, richiedano l’apertura di una procedura di allerta, con tutti i problemi che ne conseguono, anche in termini di reputazione aziendale e quindi possibilità di accedere ai finanziamenti. Viceversa, può succedere che nessuno si accorga di una situazione ormai insostenibile, grazie magari ad abili alchimie contabili.

In ogni caso, basta tener conto di un dato di fondo, e cioè che più del 60% delle società di capitali dichiara in bilancio un reddito nullo o negativo, per rendersi conto che almeno un terzo del sistema produttivo italiano rischia di incappare in una procedura di allerta. Se poi ci si dovesse accorgere che si tratta di un comodo espediente per tagliare in modo indolore una fetta del debito, la tentazione di ricorrervi in modo strumentale potrebbe essere difficile da arginare. Ma si tratta di dubbi che potranno essere fugati solo dall’approvazione dei decreti delegati, che il governo sembra stia già scrivendo e voglia approvare prima della fine dell’anno, e dalla verifica empirica del funzionamento dei nuovi istituti.

Per il resto la riforma presenta indubbi caratteri positivi, a cominciare dalla ritrovata centralità riconosciuta ai controlli societari. In contrasto, anche qui, con un’idea che sembrava prevalente in certi ambienti della sinistra, che li consideravano uno spreco inutile di risorse aziendali.

Fonte: Italia Oggi

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